Bari, tra multiproprietà in bilico e una stagione da retrocessione: viaggio nella crisi
Il destino del Bari, oggi, non si gioca soltanto sul campo. La stagione in Serie B sta mettendo a dura prova ambiente e squadra, con una situazione molto delicata in termini di classifica.
Infatti, secondo i pronostici serie b gratis su Starcasinò, la squadra pugliese è attualmente una delle candidate forti alla retrocessione in Serie C.

Peraltro, sullo sfondo pesa una variabile ancora più strutturale: la fine annunciata delle multiproprietà nel calcio professionistico italiano.
In altre parole, il club biancorosso dovrà prima o poi cambiare assetto proprietario, perché la famiglia De Laurentiis (attraverso Filmauro) controlla anche il Napoli.
E su questa “scadenza” si intrecciano tre piani: regolamenti federali, sostenibilità economica e appetibilità del Bari per eventuali acquirenti.
Che cos’è la multiproprietà e cosa dice a riguardo il regolamento FIGC
Per multiproprietà si intende il controllo, diretto o indiretto, di più società calcistiche da parte dello stesso soggetto (o gruppo) all’interno dello stesso sistema federale.
La FIGC ha irrigidito il quadro normativo intervenendo sull’articolo 16-bis delle NOIF (Norme Organizzative Interne Federali), con l’obiettivo di evitare conflitti d’interesse e preservare l’integrità delle competizioni. Nel 2021 la Federazione ha stabilito il divieto di partecipazione in più di una società professionistica e una fase transitoria per i casi già esistenti.
La vicenda Bari-Napoli è diventata il caso simbolo, anche perché la proprietà ha provato a contestare la norma nelle sedi sportive: la giustizia federale ha respinto i ricorsi presentati dai De Laurentiis contro la modifica regolamentare.
La scadenza che non è un dettaglio
All’inizio, la deadline transitoria era fissata all’avvio della stagione 2024/2025 per chi si trovava già in situazione di multiproprietà. Tuttavia, nel luglio 2022 il Consiglio Federale ha deciso una proroga importante, spostando lo stop all’inizio della stagione 2028/2029.
Negli ultimi mesi, però, il punto centrale non è più “se” arriverà un’ulteriore proroga, ma il contrario: il termine del 2028 viene considerato come definitivo, con l’obbligo di cessione del Bari entro quella data per chiudere i dossier aperti sulle multiproprietà.
Questo significa che, a prescindere dai risultati sportivi e dalla categoria, la “separazione” tra Bari e Napoli dovrà avvenire: vendita del Bari (scenario più citato) oppure dismissione dell’altra partecipazione, ma è la prima opzione quella che il mercato e la logica industriale rendono più plausibile.
Un caso particolare
Chi guarda solo alla classifica potrebbe pensare che il Bari sia un asset “in salita”. A fine febbraio, infatti, la squadra si trova nelle zone basse con un bottino di punti limitato dopo oltre metà campionato. La stagione è stata turbolenta e l’instabilità tecnica è diventata una chiave di lettura ricorrente nel dibattito pubblico.
In caso di eventuale cessione, però, Bari conserva elementi forti:
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una città metropolitana con grande identità calcistica e un seguito storicamente rilevante;
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uno stadio iconico e un “marchio” noto a livello nazionale;
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un potenziale commerciale e di sponsor legato a un territorio ampio, spesso sottoutilizzato rispetto alla dimensione della piazza.
Il rovescio della medaglia riguarda la sostenibilità economica. Le ricostruzioni sui conti degli ultimi esercizi parlano di un quadro non semplice, con perdite rilevanti e la necessità di interventi finanziari da parte della proprietà.
Per un investitore questo non è automaticamente un “no”: può diventare un argomento di negoziazione sul prezzo, sulle garanzie e sulla struttura dell’operazione (aumento di capitale, ripianamento, dilazioni, ecc.).
Niente acquirenti formali
Sul fronte “compratori”, la parola chiave è prudenza. Non risultano offerte formalizzate con nomi, cifre e tempi già definiti. Esistono però segnali di interesse e soprattutto un cambio di tono: la proprietà stessa ha iniziato a parlare apertamente di ingresso di partner o di percorsi che portino alla cessione, anche in funzione della scadenza regolamentare.
Negli ultimi mesi sono state riportate dichiarazioni su contatti e manifestazioni d’interesse da parte di realtà straniere, con l’idea di valutare un partner e non necessariamente una vendita immediata.
In termini industriali, è un passaggio rilevante: spesso le cessioni di club maturano proprio così, partendo da un socio di minoranza o da una partnership operativa, per poi arrivare a un passaggio completo di controllo quando si chiariscono tempi, governance e piano sportivo.
Detto questo, “interessamento” non equivale a “acquisto”. Finché non emergono:
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identità degli investitori,
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prove di solidità finanziaria,
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struttura dell’offerta,
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e soprattutto un progetto sportivo credibile;
si resta nel campo delle esplorazioni, che nel calcio sono frequenti e non sempre vanno a buon fine.
Gli scenari possibili
Da oggi al 2028 il Bari vive una finestra in cui la proprietà può gestire il timing invece di subirlo.
E in una trattativa, il tempo è un fattore di valore: consente di scegliere il momento migliore (sportivo e finanziario) per vendere o per strutturare un’operazione.
Gli scenari principali sono tre:
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Cessione “classica”: vendita del 100% (o quota di controllo) a un investitore italiano o estero entro il termine federale. È la via più lineare rispetto al divieto FIGC.
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Ingresso di un partner e transizione: un socio entra prima, porta capitali e competenze, e la proprietà attuale esce più avanti. È coerente con l’idea di coabitazione evocata nelle ricostruzioni di stampa.
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Separazione “forzata” a ridosso della scadenza: se le cose sul campo e nei conti non migliorano, il rischio è arrivare tardi, con minore potere negoziale e condizioni peggiori.
La stagione difficile di quest’anno rende ancora più urgente una scelta: o il Bari riesce a stabilizzarsi sportivamente migliorando la percezione di solidità, oppure la trattativa con eventuali investitori partirà da una base più fragile.
In ogni caso, il punto regolamentare è una certezza: la multiproprietà non può restare così com’è oltre la data fissata, e il Bari è destinato a diventare un club “da mercato” non per voci, ma per necessità normativa.
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